Gerard Richter

Che soddisfazione scoprire che Gerard Richter, il pittore che più mi coinvolge in questo periodo, è risultato secondo la classifica di Kunstkompass (letteralmente “bussola dell’arte) il più importante artista contemporaneo.

Kunstkompass stila una classifica in base alla risonanza che le opere hanno nel mondo dell’arte, non giudicando la qualità dell’opera stessa.

Gerhard Richter è un pittore e artista visuale di Dresda, in Germania, che ha ormai superato gli 80 anni.
Il vero “punto di svolta” della sua carriera arrivò nel 1995, quando il celebre Museum of Modern Art di New York comprò per 3 milioni di dollari una sua serie di 15 quadri: da allora iniziò ad essere sempre più richiesto dai collezionisti statunitensi.

Tra le opere di Richter più apprezzate e più ricercate dai collezionisti ci sono i grandi quadri astratti dipinti alla fine degli anni Ottanta, che come spiega il WSJ “hanno tutto l’impatto visivo di un lavoro di Francis Bacon o Rothko, artisti che hanno avuto un picco delle quotazioni prima della recessione”.

Queste opere hanno anche la caratteristica positiva, per i collezionisti, di essere facilmente riconoscibili e quindi dei “facili status symbol”.

L’aumento delle quotazioni, dice il WSJ, dipende da diversi fattori, non tutti identificabili facilmente. In parte è motivato dalle richieste del mercato, ma da parte loro le case d’asta e i musei lavorano molto per trovare “nuovi maestri da canonizzare”.

Richter sembra avere alcune caratteristiche che giocano a suo favore nel mercato dell’arte contemporanea: ha dipinto in molti stili differenti, da quadri estremamente astratti a ritratti di grande realismo, ed è molto prolifico. L’arte contemporanea è poi in un momento di passaggio: lo scorso anno sono morti i due celebri artisti Cy Twombly e Lucian Freud, e collezionisti ed esperti del settore sono alla ricerca di altri grandi nomi per l’arte contemporanea che ne possano prendere il posto.

Io invece mi intendo molto poco di mercati d’arte e di quotazioni, per le opere di Richter provo un’attrazione di pancia.
Mi hanno presentato le opere di Richter qualche mese fa, ammetto non lo conoscevo, è infatti un artista poco mediatico e poco noto al grande pubblico.

Secondo Frangi, giornalista e critico d’arte, R. è definito dalla critica “pittore”, ma andando oltre nell’esplorazione del suo mondo scopriamo che la sua idea di pittura non è esattamente quella che possiamo pensare. Innanzitutto è un’idea molto impersonale, infatti di sé dice: «Riesco a dipingere contro la mia volontà. E questo lo vivo come un grande arricchimento».

In quanto tale la pittura non esprime un’opinione dell’artista sul mondo, ed è il motivo per cui tantissime delle sue opere sono tutte lavorate sui grigi. Richter lavora sulle sue opere cercando di filtrare ogni soggettività, ad esempio evitando con sistematicità rigorosa ogni ricorso a uno stile che lo identifichi.

Richter non può neanche essere classificato come artista figurativo, in quanto nel suo catalogo si trovano tante opere astratte e qualche esperienza concettuale. E nell’ambito dell’astrazione troviamo opere straordinariamente liriche come opere rigorosamente geometriche.

Potrebbe essere un sintomo di eclettismo, invece è un esercizio continuo per non accasarsi mai in un ambito definito e protetto: ad esempio i grandi quadri composti di caselle colorate regolari, sembrano avere la funzione di un esercizio visivo ma anche servono a raffreddare il suo stesso ego. «Voglio essere neutrale, che è l’antitesi dell’essere ideologici», dice Richter.

E l’ideologia non è solo quella dell’arte schierata, ma è anche quella dell’arte che sceglie di incasellarsi dentro uno schema espressivo.

Per questo Richter ha avuto nella fotografia un punto di riferimento a cui guardare sempre: come l’immagine fotografica non crea l’immagine ma la registra, così la sua pittura cerca di seguire quella strada.

Molti suoi lavori sono ricavati da fotografie.

Quadro di Gerard Richter, ricavato da foto

Usa un meccanismo di pittura quasi meccanica, ricalca sforzandosi di non capire quello che sta ricalcando. Questa agnosia visiva si proietta non solo sul dettaglio ma sul tutto: anche le cose più familiari ci appaiono come cose mostruose (per un attimo è come se non le avessimo mai viste prima, e ci viene il dubbio che sia tutto sconosciuto e mostruoso).

Per un attimo ho una percezione che si libera dall’abitudine, e l’abitudine è ciò che produce l’invisibile.
Così la pittura diventa una forma di paziente indagine sul mondo. Perché prendendo come soggetti spunti che la storia o la sua biografia gli mettono sotto gli occhi, la pittura di Richter vive nella tensione di capire, di stabilire nessi, di cercare risposte alle domande ultime che ogni circostanza porta con sé.

Sempre riportando le parole di Frangi, con R. è la pittura che scende in campo per interrogare e interrogarsi, senza pretesa di proclamare alcunché, ma senza censurare nulla. Entrando in scena ci avverte che l’ultima parola non è detta e che nessuno aspetto della realtà può essere liquidato, ma deve essere affrontato con lealtà nel suo profondo.

Per fare questo percorso Richter, artista assolutamente moderno, chiede un soccorso al classico. «Il classico mi aiuta a concentrarmi», ha detto. «Mi dà forma, contiene la mia confusione, fa sì che io continui ad esistere. Non è mai stato un problema per me. È essenziale per la vita».

Lui sa che il “classico” appartiene a un mondo che non è più il nostro e che per lui è impossibile un destino alla Vermeer (per citare l’artista del passato a cui guarda con più venerazione).
Eppure il confronto è sempre aperto.

In una delle più belle sale della recente mostra londinese realizzata per gli 80 anni dell’artista tedesco si ritrovava la variazione fatta sull’Annunciazione di Tiziano conservata a Venezia alla scuola di San Rocco. Richter la “scoprì” nel 1972 quando era nella città lagunare invitato alla Biennale. Quell’Annunciazione nella sala era messa in rapporto con un grande trittico (ecco una “struttura” classica che riaffiora…) che rappresenta una veduta di cielo con una grande nuvola al centro.

Quel che attira Richter è proprio la grande nuvola: fissandola come un po’ di attenzione ci appare quasi come un volume solido e nient’affatto vaporoso.
C’è una corposità, uno spessore e anche una stabilità nella forma, che non può essere solo quella di una nuvola. Vien quasi da pensare ad una gigantografia di una cellula. Del resto anche la struttura a trittico rimanda ad altri livelli di lettura.

E’ stato lo stesso Richter (che ha curato meticolosamente l’allestimento della mostra) a suggerire il riferimento a quell’Annunciazione di Tiziano, dominata da uno sfolgorio nell’atmosfera che rende il senso misterioso dell’Avvenimento.

Non si dice di più, ma con Richter la pittura stabilisce dei nessi che aprono orizzonti, scavano dentro la vita senza mai la pretesa di chiudere il discorso.