Eve Arnold

Che cosa mi ha spinto e mi ha fatto andare avanti nel corso dei decenni? Qual è stata la forza motrice? Se dovessi usare una parola sola, sarebbe curiosità”, amava dire Eve Arnold, scomparsa nel gennaio 2012 a 99 anni.

Comincia a fotografare nel 1946 quando il fidanzato le regala una Rolercoid, con cui inizia a scattare le sue prime fotografie dando libero sfogo alla sua creatività.

Le sfilate che si svolgono nel quartiere di Harlem, con modelle di colore e giovani afroamericani stilisti emergenti, rappresentano il set di uno dei servizi più importanti che realizzerà all’inizio della sua carriera. Il backstage e le passerelle diventano il set dove la fotografa inizia a sperimentare i diversi effetti della luce naturale. Una tecnica che l’accompagnerà per tutta la vita.

Il 1951 coincide con la chiamata alla Magnum da parte di Henri Cartier-Bresson, uno dei fondatori, rimasto colpito dagli scatti newyorkesi. Eve Arnold diventa la prima donna free lance dell’agenzia di stampa e sei anni più tardi, nel 1957 viene inserita tra i soci dell’agenzia, diventando la prima associata donna.

Il successo sarebbe arrivato quindi, ma a rendere Eve Arnold famosa in tutto il mondo è stata l’amicizia con Marilyn Monroe, instancabilmente seguita sui set cinematografici per più di 10 anni, dal 1950 al 1961. Fu così che la Arnold poté catturare l’attrice in momenti intimi e atteggiamenti quotidiani.

Cosa mi ha colpito di Eve Arnold? La sua capacità di spaziare con identica abilità tra vari generi, dai ritratti dell’alta società statunitense ai servizi nelle zone più remote del pianeta, che le furono commissionati da Life e dal Sunday Times. Tra i suoi scatti, anche molte immagini a sfondo sociale o documentaristico: oltre ai reportage su Harlem, la manifestazione per Indira Gandhi, il volto di Malcolm X simbolo della battaglia per i diritti civili, le foto realizzate in Afghanistan o in Cina.

Di forte impatto sono gli scatti relativi a un progetto durato ben sette anni, durante i quali Eve Arnold racconta i primi cinque minuti di vita dei piccoli nati al Mother Hospital di Port Jefferson. Attraverso il progetto, la donna cerca di superare il trauma dell’aborto che rischiava di trascinarla in depressione.

USA. New York. Long Island. A baby's first five minutes, Port Jefferson. 1959.

Recentemente a Torino, a Palazzo Madama, le è stata dedicata una mostra, nella quale sono state esposte 83 fotografie in bianco e nero che ripercorrano le tappe più importanti della sua vita.

In occasione della mostra è stato realizzato un volume, edito da Silvana Editoriale, che raccoglie le foto esposte e contiene un contributo della scrittrice Simonetta Agnello Hornby che di seguito propongo perché più di molte biografie racconta di questa donna speciale.

La conobbi per caso all’inizio degli anni ottanta, a un buffet in onore di un attore di Los Angeles, nella casa londinese di Andrea Tana, la pittrice americana.

Mi presentarono a una vecchietta magrissima, con i capelli raccolti in uno chignon, e in completo pantalone nero con camicetta bianca. Mi sembrò insignificante, tanto che ne dimenticai subito il nome. La conversazione era animata, rumorosa. Lei ascoltava, intensa. I suoi occhi orientaleggianti guizzavano da un capo all’altro della stanza; mi intrigavano.

Poi la vecchietta parlò: la voce bassa era lentissima. E si fece silenzio. Quella donna dominava tutti. I suoi occhi clementi eppure penetranti offrivano un continuo commento a quello che gli altri dicevano.

Mi resi conto che era elegantissima – per anni è stata annoverata tra le dieci donne più eleganti d’America – e che il ciondolo vistoso della collana africana attorno al collo era il perfetto complemento della sua mise.

Percepivo che possedeva una straordinaria energia. Volevo, dovevo conoscerla. Riuscii a sedermi accanto a lei, e parlammo. Fu un colpo di fulmine.

L’indomani chiamai Andrea per ringraziarla. “Dimmi di quell’anziana in nero”, le chiesi, con fare noncurante. “È Eve Arnold.” Un pizzico di irritazione nella voce. “Ah, e che fa?”, Andrea era insofferente. “È Eve Arnold, te l’ho detto, la fotografa.” “E che fotografie fa?” “È la famosa fotografa di Magnum.”

So intuire quando la mia ignoranza sta oltrepassando i limiti della sopportazione altrui e posi fine alla conversazione, con un “mi piacerebbe incontrarla di nuovo”.

Quella sera Eve mi telefonò. Aveva chiesto il mio numero ad Andrea. Da lì nacque una grande amicizia.

Ci siamo frequentate assiduamente nelle rispettive case, insieme abbiamo visitato mostre e musei e, per i dieci anni da lei vissuti in una casa di riposo, a Pimlico, insieme abbiamo trascorso molti Natali, noi due sole o con la famiglia di Frank, il suo unico figlio.

Non ci siamo mai annoiate. Anche quando stava male e le era difficile comunicare verbalmente, quegli occhi a mandorla dalle palpebre pesanti riuscivano a dire tanto. Parlava a ruota libera e con modestia del suo lavoro e delle persone che aveva fotografato: primi ministri, attori, personaggi politici, scienziati.

Senza compiacimento. Preferiva raccontare degli incontri con la gente comune, i ragazzini dell’Avana, le donne dell’harem in Arabia, i bambini di strada, gli anziani.

Le piaceva fotografare mani e piedi e dopo una sessione fotografica, chiedeva il permesso di farlo. Ne è uscito un libro bellissimo, qualche anno fa.

Soprattutto Eve amava parlare di progetti futuri, di nuove iniziative, e di ciò che avrebbe voluto fare dell’enorme archivio costruito in mezzo secolo di lavoro.

Fin dall’inizio della carriera era conscia delle proprie abilità e dunque conservava e catalogava tutto, proprio tutto, dai negativi ai taccuini, agli schizzi, alle annotazioni sui luoghi e sulla gente che incontrava, dai biglietti alle carte geografiche.

Sapeva che avrebbe scritto dei libri dedicati alle sue esperienze. Quando una particolare conversazione era “degna di essere ricordata” lei la memorizzava e non appena poteva fingeva di dover andare in bagno per scrivere quanto detto sul suo inseparabile taccuino. Tutto, parola per parola.

Eve voleva aiutare gli studenti di fotografia mettendo a loro disposizione il suo archivio e per questo intendeva venderlo a una università. E scelse Yale. “So che avrei potuto venderlo a sezioni spuntando maggiori guadagni. O a un privato. Mi sembrava però doveroso metterlo a disposizione degli studenti. Gratis.”